Anaklia, la città che aspetta
Sul confine con l'Abcasia, un resort costruito per stupire è diventato una città fantasma. Tra rovine futuristiche, tremila anni di storia e l'idea di un porto che, forse, a breve si realizzerà davvero.
Vedrai
È un pomeriggio d'aprile e siamo appena tornati da una passeggiata lungo il fiume Jumi, a pochi chilometri dal centro di Zugdidi, dove siamo ospiti per una settimana della famiglia paterna di Georgii. È una bella giornata soleggiata e abbiamo ancora qualche ora prima del tramonto: abbiamo la macchina e ho proprio voglia di mare. Apro Google Maps per un po' di ispirazione, scorro i luoghi che mi ero segnata nei giorni precedenti e mi fermo su un nome: Anaklia.
Chiedo a Georgii cosa ne pensa. Lui ci mette qualche secondo a rispondere. Poi dice che sì, potrebbe essere interessante, anche solo per vedere se ci sono stati sviluppi dall'ultima volta che c'è stato, un paio di anni fa.
«In che senso, sviluppi?»
«Vedrai.»
Il navigatore dice trentotto minuti. La strada corre tra campi e boschi, con gli immancabili maialini che trotterellano a bordo carreggiata e le mucche che attraversano con calma o se ne stanno svaccate (non me ne vorrete per il termine poco decoroso, qui direi che è permesso) sul ciglio, del tutto indifferenti al traffico. Dopo una decina di minuti in direzione Mar Nero compaiono i primi cartelli per Anaklia, ed è lì che noto un dettaglio: a differenza di quasi tutti i posti visitati finora, qui il nome è scritto sempre anche in alfabeto latino. Un indizio: qualcuno, a un certo punto, si aspettava visitatori da lontano.
Più ci avviciniamo, più la strada si fa ordinata: marciapiedi, lampioni, rotonde, infrastrutture pensate per un gran flusso di gente. Eppure, qualcosa stona. Tutto sembra in attesa, in declino.
Una promenade per nessuno
Poi il cartello d'ingresso e, poco più avanti, già dal finestrino, la scritta “მე ❤ანაკლია” (Io ❤ Anaklia) con le palme e la spiaggia sullo sfondo. È nel momento in cui parcheggio che capisco cosa intendesse Georgii: siamo arrivati in una città fantasma.

Ci fermiamo davanti a un grande edificio in decadenza. Due o tre uomini in tenuta da muratori stanno lì davanti, e mi chiedo cosa possano fare in un palazzo abbandonato. L'asfalto è spaccato dalle radici, la segnaletica è sbiadita fin quasi a sparire.
Il lungomare invece è bellissimo, e proprio per questo inquietante. Una promenade orlata di palme e panchine panoramiche, la spiaggia completamente attrezzata con docce, bagni, angoli giochi per bambini. Manca solo la gente. Sul lato opposto si allineano hotel, locali e ristoranti dalle architetture futuristiche, forme che vogliono stupire, ma completamente abbandonati, consumati dalla salsedine del Mar Nero.
Lungo l'ampia spiaggia spuntano torri stravaganti con l'ultimo piano che lascia immaginare ristoranti dalle viste mozzafiato sul mare. Resta tutto nell'immaginazione: gli edifici sono spenti, involucri vuoti.
Camminiamo in compagnia dei soli cani randagi, che qui sembrano i padroni non solo della strada ma di tutto ciò che si erge dal suolo. All'orizzonte il Caucaso osserva la scena, imperturbabile, come se si fosse aspettato questo declino.

Un ponte arrivato dalla Franconia
La promenade ci porta al ponte, quello che avevo letto essere uno dei ponti pedonali in legno più lunghi d'Europa: circa mezzo chilometro di legno e cavi d'acciaio che scavalca l'Enguri per unire Anaklia al villaggio di Ganmukhuri, sull'altra sponda. Le linee sono pulite, moderne, e di sera un'illuminazione studiata ne sottolinea la lunghezza.
La sua storia racconta bene lo spirito di quegli anni. Il masterplan prevedeva un grande ponte sospeso in acciaio ma, dato che costava troppo, si ripiegò sul legno. Il committente però non voleva rinunciare all'effetto scenografico dei cavi, così gli ingegneri tedeschi di Leonhardt, Andrä und Partner disegnarono un ibrido: una serie di campate in legno lamellare e una piccola sezione strallata con un pilone d'acciaio. In Georgia il legno non mancava, ma mancavano le competenze e le fabbriche per lavorarlo su questa scala. Le travi furono prodotte in Bassa Franconia, a Kleinheubach, in pezzi da tredici metri, e portate in camion attraverso i Balcani e la Turchia. L'acciaio arrivò dall'Ucraina, i cavi dall'Italia. E quando, durante il montaggio, il committente vide il traliccio nudo e se ne innamorò, si decise di non rivestirlo di castagno come previsto, ma di pannelli trasparenti in policarbonato, perché restasse visibile.
Aperto all'inizio del 2012, oggi porta i segni del sale e del vento, ma resta in piedi: il simbolo più fotografato di Anaklia, e forse la sua sintesi perfetta. Un'opera ambiziosa, costruita per un futuro che non si è presentato.
Tremila anni prima del resort
A prima vista, ho pensato che Anaklia fosse un progetto visionario nato pressoché dal nulla, o meglio, da una zona deserta da sempre. Ma, approfondendo la questione, ho scoperto che in realtà questo lembo di costa alla foce dell'Enguri è abitato da almeno tremila anni. I primi insediamenti risalgono alla media età del bronzo e appartengono alla cultura della Colchide, la leggendaria terra del Vello d'oro. Gli autori classici la chiamavano Heraclea e, nel Seicento, viaggiatori come Jean Chardin la annotavano come Anarghia.
Dopo la frammentazione del regno di Georgia, nel Quattrocento, Anaklia divenne una città fortificata, porto e centro di pesca del principato di Mingrelia, quello dominato per secoli dai Dadiani, la famiglia del famoso palazzo a Zugdidi. Nel 1723 la presero gli Ottomani, che ne fecero un avamposto sul mare e un mercato di schiavi, e vi costruirono una fortezza di cui restano ancora i ruderi. Nel 1805 arrivarono i russi. A metà Ottocento era un piccolo porto fortificato, con una dogana, commerci regolari con la Turchia e sobborghi abitati da greci, ebrei e armeni.
In epoca sovietica Anaklia fu una base minore della Flotta del Mar Nero. Poi la guerra in Abcasia, nei primi anni Novanta, la trasformò in terra di confine: dal 1994 un presidio di peacekeeper russi si installò proprio dentro le mura dell'antica fortezza, fu accusato di averla danneggiata, e se ne andò solo nel luglio 2007, dopo le proteste dei georgiani.
Porto, frontiera, avamposto. Anaklia ha sempre alimentato sogni di grandezza.
Il sogno di Lazika
L'ultimo di questi sogni ha un nome e un cognome. Nel 2010 il governo di Mikheil Saakashvili decise di accelerare lo sviluppo di Anaklia e della vicina Ganmukhuri con la costruzione del resort, dei suoi hotel di design, della promenade e del ponte. Alla fine del 2011 Saakashvili presentò Lazika: una città nuova di zecca da costruire poco più a sud, zona economica franca con un porto in acque profonde, pianificata per diventare la seconda città della Georgia e accogliere mezzo milione di abitanti.
C'era anche un significato politico, e dal lungomare lo si intuisce. Anaklia doveva essere la vetrina del nuovo governo e, in un certo senso, compensare la perdita di Sukhumi, la riviera persa con la guerra dei primi anni Novanta, al di là del fiume.
Poi, nell'ottobre 2012, il partito di Saakashvili perse le elezioni. Il nuovo governo di Sogno Georgiano, deciso a prendere le distanze dal predecessore, congelò quasi tutti i suoi progetti, Anaklia compresa. Lazika non è mai nata, e il grande cantiere del resort si è trasformato in fretta in un paesaggio di rovine moderne, come le ha ritratte il fotografo Rafał Milach nel 2013.
Il porto, invece, non è mai uscito del tutto di scena. Nel 2016 venne affidato a un consorzio georgiano-americano, e nel dicembre 2017 la costruzione fu inaugurata in pompa magna. Nel gennaio 2020 il governo rescisse il contratto, tra accuse reciproche di ritardi e sabotaggi e un arbitrato internazionale chiuso solo nel 2024. Nel maggio di quell'anno fu scelto un nuovo partner, un consorzio cinese-singaporiano. In mezzo, per qualche estate, Anaklia ha vissuto di festival di musica elettronica, che per un paio di settimane riempivano la spiaggia di tende colorate prima di lasciarla di nuovo vuota.

Estate 2026: arrivano le draghe
Quando Georgii parlava di «sviluppi», pensava a questa possibilità. Il 2026, inaspettatamente, è stato l'anno in cui qualcosa si è davvero mosso.
Proprio in quelle settimane di aprile, il primo ministro Irakli Kobakhidze annunciava la ripresa dei lavori, con costi ridotti di oltre un quarto. A luglio il colpo di scena: il consorzio cinese, che in due anni non aveva mai firmato un accordo vincolante, si è sfilato, e il governo ha annunciato che il porto lo costruirà e lo possiederà lo Stato, secondo il cosiddetto modello landlord: infrastrutture pubbliche, terminal affidati in gestione a operatori stranieri. Sullo sfondo c'è una partita più grande, quella del Corridoio di Mezzo, la rotta commerciale tra Asia ed Europa che evita la Russia.
Ad agosto, davanti ad Anaklia, sono arrivate due draghe della belga Jan De Nul, che stanno scavando canale e bacino fino a diciassette metri e mezzo di profondità. Il dragaggio dovrebbe concludersi entro dicembre. Ma a fine settembre il porto non aveva ancora né banchine né gru, e il budget statale per il 2026 era stato tagliato di due terzi. Anche sul fronte turistico qualcosa si muove: il ministero delle Infrastrutture ha annunciato un piano per riqualificare la costa tra Anaklia e Ganmukhuri e proteggerla dall'erosione, e si torna a parlare di rinnovare il lungomare.
Difficile dire cosa ne verrà fuori. Un porto in acque profonde potrebbe riportare lavoro e vita in un posto che da anni ne ha poca. Oppure potrebbe aggiungere soltanto un altro strato di promesse a quelle già arrugginite sulla spiaggia. E resta la domanda: per chi sarà, questa nuova Anaklia? Per le portacontainer, per i turisti, o per chi ci vive?
La nave
Attraversato il ponte, sull'altra sponda, ci aspetta l'ultima immagine della giornata. Sulla spiaggia giace una nave, la Morskoy Konik: un vecchio scafo di metallo divorato dalla ruggine, arenato tra la sabbia e i ciottoli a pochi passi dal ponte. Capiamo che non è finita lì per caso. È stata sistemata apposta, come un'installazione, per creare un contrasto romantico con la modernità del progetto portuale che doveva nascere qui accanto.
Solo che la modernità non è mai arrivata, e il contrasto non c'è più. La nave arrugginita e gli edifici futuristici abbandonati, oggi, vanno a braccetto. Raccontano la stessa storia: quella di un posto che da tremila anni qualcuno immagina come un grande porto, e che continua, pazientemente, ad aspettare.

Torniamo verso la macchina con il sole che scende sul Mar Nero. Questa volta non chiedo a Georgii cosa ne pensa. Gli sviluppi, a quanto pare, ci sono: le draghe lavorano, i ministri annunciano, i progetti si rifanno da capo. Se Anaklia si risveglierà davvero, o se tra qualche anno cammineremo di nuovo sulla stessa promenade deserta, nessuno lo sa ancora.
Vedremo.

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